postato da PravdaRedazione alle ore 10:15
venerdì, 23 dicembre 2005

                                                Farmaco o Droga?

farmaco

Più che mai, oggi è attuale il dibattito sull’utilizzo a scopo terapeutico dei derivati della canapa indiana. Diverse ricerche hanno dimostrato che la cannabis può essere usata per curare i sintomi di molteplici gravi patologie e sono in atto sperimentazioni a livello oncologico sugli effetti benefici di queste sostanze, sfruttate già 6000 anni fa in altri settori. Molto lentamente, un tabù legato alle sostanze stupefacenti sta scomparendo: gran parte della popolazione riconosce un possibile ruolo significativo delle droghe in campo medico. In Europa sono già diffuse cure mediche a base di morfina e d eroina, soprattutto come antidolorifici, mentre medicine a base di cannabis sono reperibili solo in Canada e in Paesi come la Svizzera e l’Olanda, dove le droghe leggere sono legali. Negli Stati Uniti quasi un quinto degli Stati ha approvato leggi che permettono terapie con farmaci a base di THC, ma lo scontro con le forze più conservatrici è ancora aperto, poiché si contravviene alla legge federale in materia di narcotici. Secondo la Corte Suprema è vietata la coltivazione della canapa e la somministrazione dei suoi derivati, se non rigorosamente attuata dallo Stato. Il dibattito è ancora acceso sulla contrapposizione tra divieto di usare droghe e “necessità medica”: quest’ultima non ha la priorità in tutti i casi? In Italia, l’unico utilizzo possibile di THC e simili è legato proprio allo scopo terapeutico, ma non è ben chiaro il motivo per il quale solo in questi giorni sono cominciate le prime sperimentazioni in questo senso (Torino). La disinformazione su queste opportunità terapeutiche scandalosa: pochissimi ne sono a conoscenza ma, seppure lo fossero, per poterne usufruire, dovrebbero seguire un iter burocratico non indifferente e importare dalla Svizzera e dall’Olanda i medicinali. Questi non sono inseriti in alcuna classificazione della apposita commissione; non sarà che un medico che ne possiede una confezione per somministrarla ai pazienti possa essere considerato un delinquente condannabile alla detenzione, come chiunque venga trovato in possesso di sostanze stupefacenti? Le leggi in materia non sono chiare, ma l’orientamento della classe dirigente sembra piuttosto contrario; viene sostenuta con fermezza la tesi (molto opinabile) che la marijuana sia una droga pesante. Ma cosa dire allora delle cure con la morfina? In fin dei conti tutti i medicinali naturali sono “droghe”, cioè sostanze che alterano lo stato psicofisico del soggetto: vengono ritenuti farmaci se somministrati in modo medicalmente controllato, mentre sono droghe se assunte a propria discrezione. Cosa c’è, probabilmente, dietro questa chiusura mentale della sanità e questo rifiuto profondo e a priori di tali soluzioni? Viene da pensare alla lobby delle case farmaceutiche, che non è nuova a manipolazione dei risultati, o meglio alla poca trasparenza, nell’ambito della ricerca scientifica. La marijuana che, se non proibita e quindi smerciata da criminali, ha costi bassi potrebbe sostituire farmaci che costano almeno 30-40 € la dose, come nel caso delle medicine contro la nausea. Questo è solo uno dei molti casi in cui è valido tale ragionamento. In caso di affermazione a livello mondiale di terapie a base di derivati della canapa, le perdite delle case farmaceutiche sarebbero ingenti: la loro politica, a questo punto, è quella di insabbiare alcune ricerche dai risultati “scomodi” e creare disinformazione. Infatti nella sanità l’informazione è fatta per almeno il 90% dalle case farmaceutiche, direttamente o indirettamente(rappresentanti), e può, quindi, essere controllata e indirizzata a seconda delle esigenze. I medici vengono orientati verso farmaci tradizionali e costosi, poiché gli altri vengono presentati come pericolosi, immorali, non efficaci. Ci si può trovare, quindi, di fronte a casi in cui il medico si rifiuti di ricorrere a trattamenti con derivati della cannabis e al paziente non resta che ricorrere alla via giudiziaria, con il rischio di mettere a repentaglio la propria salute per i ben noti lunghi tempi di burocrazia e processi e di sovraccaricare ulteriormente il sistema giudiziario. Qualche caso del genere si è verificato anche in Italia. Ovviamente il paziente ha avuto ragione, ma è stato costretto ad importare il farmaco da un paese straniero, poiché non è reperibile nel nostro territorio. Tutto questo processo fa levitare notevolmente i costi con il solo risultato di arricchire ulteriormente le case farmaceutiche produttrici di quei farmaci a discapito dei contribuenti. Perché non dovrebbe essere possibile produrre sul nostro territorio questi farmaci? Perché non dovrebbe essere possibile usarli? L’unica risposta plausibile è il cinismo di una classe accecata dal denaro, che mette sul piano economico qualsiasi aspetto della vita, finanche quello della dignità umana. La sola soluzione al problema sembra una presa di coscienza della gente, che va perciò sensibilizzata in modo adeguato. Infatti l’ignoranza è la prigione dell’uomo, la conoscenza la sua unica via di scampo verso la libertà.

SV

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postato da PravdaRedazione alle ore 16:50
venerdì, 25 novembre 2005

Droga, industria del crimine.

Colpire i trafficanti e non i tossicodipendenti.

 Lotta di massa contro mafia e camorra.

 Desidero che sia assolutamente chiaro che il nostro impegno contro la droga non vuol essere motivo di agitazione strumentale contro il governo e contro altri partiti, non ha secondi fini giacché il nostro scopo in questo campo è solo quello di arginare e sconfiggere la piaga della droga, come male in sé, per liberare i corpi e le menti da questa servitù avvilente, deprimente e distruttiva. E noi comunisti vogliamo dunque continuare ad essere alla testa di questa battaglia di civiltà contro l’imbarbarimento, di questa lotta per la vita e contro la morte. E in questi anni si è abbassata l’età media in cui si comincia a prendere la droga, sta crescendo il numero dei tossicomani ancora adolescenti, che sono i più indifesi e aggrediti dai trafficanti e spacciatori. Si sta formando, ancora nell’inavvertenza dei più, una sorta di società separata e clandestina, fatta per la maggior parte di giovani, dai sempre più labili confini con la delinquenza e con la criminalità organizzata. È dubbio -noi comunisti lo comprendiamo forse meglio degli altri- che il diffondersi del consumo della droga è un portato dell’epoca attuale, uno dei prodotti di un assetto sociale e di un sistema di valori -ma sarebbe meglio dire di disvalori- che creano smarrimenti e alimentano vane fughe dalla realtà e dalla lotta per cambiare la società e il mondo con la consapevolezza e la tenacia che quest’impegno richiede a ciascuno. Il ricorso alla droga, che si reputa essere un’evasione, si rovescia però rapidamente da presunta liberazione in effettiva tirannia e schiavitù. La droga è la risposta ingannevole e funesta cui ricorre talvolta chi vede irrisolti e giudica irrisolvibili i concreti problemi e le reali situazioni che ha davanti a sé, che non sono solo individuali, ma collettive. E, invece, non c’è problema che non abbia soluzione, almeno in parte. Si tratta di cercarla, di trovarla, con l’intelligenza, la solidarietà, l’impegno umano e la lotta di quanti credono o vengono persuasi a credere, appunto, che ogni problema non è irrisolvibile. Per contrastare la diffusione della droga fino a debellarla occorre perciò saper alimentare e riaccendere la fiducia non mitica più, certo, ma razionale, nella possibilità del cambiamento; occorre mantenere viva, cioè, la speranza rivoluzionaria. E in questo compito è chiaro che proprio noi comunisti abbiamo una precisa funzione che risponde alla nostra ragione di essere. Compito tanto più indispensabile oggi, di fronte a una vera e propria crisi della politica, acutamente avvertita da tutti, ma in modo particolare dai giovani che vedono la politica ridotta a intrigo, a puri calcoli, personali o di gruppo, elettorali o di potere, mentre la politica è e dovrebbe essere  -così la concepiamo noi- lotta tra grandi interessi e tra diversi ideali dei rapporti sociali ed umani. Ma, detto questo, bisogna subito aggiungere che sarebbe profondamente sbagliato fermarsi alla considerazione che la droga è un prodotto della società attuale e credere che per debellarla si debba aspettare il cambiamento radicale della società. La droga deve e può essere combattuta, arginata, sconfitta fin da ora. Bisogna che si faccia sempre più strada una precisa consapevolezza: il consumo e poi il bisogno di droga è alimentato, provocato da chi ne organizza e controlla la produzione, il mercato e il traffico; da coloro che, attraverso la rovina e la morte di tanti ragazzi, attraverso la disperazione di tante famiglie costruiscono le basi di un vasto potere finanziario e politico, di un dominio perverso che penetra, agisce, ricatta in aree sempre più estese della società, nei gangli della vita pubblica, non solo in singole regioni (Sicilia, Campania, Calabria), ma sul piano nazionale. Queste organizzazioni hanno un nome: si chiamano mafia, camorra, ‘ndrangheta. Ed esse non sono soltanto associazioni criminali che operano isolate, ma hanno collegamenti, protezioni, omertà in settori dello Stato, delle amministrazioni pubbliche, centrali e locali, e in settori dei partiti governativi. Quella che controlla e dirige il mercato della droga è un’organizzazione ramificata, che utilizza per questi fini criminali tecniche moderne, metodi e suddivisioni di lavoro propri delle grandi società multinazionali. Si va dalla coltivazione del papavero e della coca, all’istallazione clandestina di raffinerie tecnologicamente sofisticate; dal trasporto ai depositi, alla distribuzione, allo smercio capillare, che viene realizzato con le più collaudate tecniche del consumo: dapprima immissione di massicce quantità di droghe leggere a bassi prezzi, poi repentine cadute di questo tipo di offerta e una sua sostituzione con droghe pesanti. Così è avvenuto, così avviene in aree sempre più estese. Come potete vedere la presenza di questa mostruosa industria del crimine, fondata sul traffico della droga, ripropone con urgenza i problemi che riguardano la questione meridionale, la democrazia, l’indipendenza nazionale. Bisogna che torniamo ad essere un paese libero, indipendente e pulito. E quale forza può lottare per questi obiettivi più efficacemente del nostro partito, che è l’unico che può affermare di essere una forza libera, indipendente da ogni vincolo con Stati, governi e partiti stranieri? Ma questi obiettivi generali debbono essere conseguiti anche con una lotta concreta e specifica sui vari terreni, uno dei quali è proprio quello rivolto a stroncare il mercato droga. La droga non è una malattia, anche se poi lo diventa, anche se provoca malattie e malattie sempre più mortali. L’intervento deve essere globale, offrire occasioni di reinserimento nella società, attuare la solidarietà, non creare dei ghetti. L’Italia, che è stato finora il paese dove la lotta al terrorismo ha assunto un carattere di massa, è il paese che dà anche alla lotta contro la droga il carattere di una grande battaglia di popolo. Ciò fa onore al popolo italiano. E in quest’ impronta popolare e di massa, che è stata così decisiva per isolare e colpire duramente i disegni e l’azione delle bande terroristiche, sarà certamente determinante per colpire i mercanti della droga e per aiutare i giovani a rifiutarla o a liberarsene.   PunkA

 

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postato da PravdaRedazione alle ore 19:55
giovedì, 10 novembre 2005

Droga, il fallimento delle politiche proibizioniste

 Questa società capitalistica ha portato degrado e corruzione morale della classe borghese. Sono tanti gli artisti e gli imprenditori milionari che hanno una doppia vita; dietro la maschera autorevole e impeccabile si nascondo mille debolezze, prima fra tutte la dipendenza da sostanze. A intervalli sistematici e ritmati queste debolezze emergono, diventano notizia pubblica e i mezzi di informazione si presentano sempre particolarmente comprensivi nei loro confronti;mentre ci si dimentica che in Italia le carceri sono stracolme di tossicodipendenti bisognosi di cure. Per questi invisibili emarginati della società, nessuna clinica di disintossicazione (riservata a pochi eletti) ma soltanto celle sovraffollate e metadone. Nel nostro paese la politica che educa alla prevenzione dell’uso degli stupefacenti è stata sostituita con una campagna proibizionista dura e arrogante;  Il consumo di stupefacenti viene considerato reato penale e per di più le sostanze leggere (i derivanti della canapa) vengono messe sullo stesso piano di quelle pesanti come l’eroina, le pasticche e la cocaina. E’ assurdo pensare che siano la stessa cosa!; sappiamo tutti che le politiche proibizioniste  hanno sempre fallito su tutti i fronti, anche su quello repressivo. Servirebbe piuttosto una seria campagna di informazione e di prevenzione, di depenalizzazione del consumo individuale e di legalizzazione delle droghe leggere. La stretta repressiva, dura, andrebbe fatta invece sul grande spaccio e sulla malavita che lo gestisce. Oggi non si è in grado di capire il perché questo malessere sociale si espanda a dismisura. Per molti una sostanza rappresenta il rifiuto, la ribellione, la protesta per la mancanza di modelli culturali che non siano quelli individualisti e consumistici o per l’insicurezza tipica di un periodo dominato dalla precarietà; ecco perché bisogna educare alla prevenzione e non punire l’uso di sostanze. Se poi pensiamo che l’uso di narcotici trasmette all’individuo una sorta di appagamento fittizio e irreale prendiamo coscienza che questa non è altro che una strategia per dividere e indebolire noi giovani rivoluzionari, è una sorta di liberazione individuale e silenziosa e a noi il silenzio non piace e nessuno deve metterci a tacere!

 

 

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