postato da LorenzoPravda alle ore 16:45
domenica, 30 aprile 2006

Andiamo avanti!

Quale potrebbe essere un buon motivo per cambiare canale quando ci presentano in televisione i reality show?

Aiutatemi nella stesura del volantino di boicottaggio alla rubbish-tv. Uniamo le nostre idee. Voglio portare il dissenso e la protesta, di noi giovani che abbiamo aperto gli occhi, anche al di fuori  della rete internet. Davvero non ne posso più di sentire i miei coetanei parlare di Grande Fratello, Amici, Music Farm, Campioni, Fattoria... Basta!

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categoria : tv spazzatura

postato da PravdaRedazione alle ore 13:09
domenica, 30 aprile 2006

                                      Abu Ghraib

Anche i mercenari italiani hanno torturato i prigionieri in Iraq. Gente pagata tanti dollari per sparare, uccidere e fare la guerra sotto la bandiera Usa ha condotto interrogatori e seviziato i prigionieri nel carcere di Abu Ghraib. A rivelarlo è “l'incappucciato di Abu Ghraib”, l’uomo ritratto nella fotografia che ha fatto il giro del mondo ed è divenuta il simbolo di quegli eventi. Non sapevo di quest’intervista. Non riesco a crederci. Posso che odiare i seviziatori e augurargli una morte violenta in guerra.

 

Ali Shalal al Kaisi, in un'intervista esclusiva a Rainews24 (realizzata da Sigfrido Ranucci), racconta per la prima volta in televisione le terribili torture a cui è stato sottoposto nel carcere iracheno.

Studioso e insegnante di religione, Al Kaissi era un “Mokhtar”, un'autorità amministrativa e religiosa in uno dei distretti della capitale irachena. Nell'ottobre del 2003 fu arrestato a Baghdad con l'accusa di far parte della guerriglia. Dopo il rilascio denunciò le torture subite alle autorità irachene, ma nessuno gli credette perché le foto dell'orrore non erano state ancora pubblicate.

Ad Abu Ghraib, come si legge sul sito di Raibnews24, era stato soprannominato «Clawnman», l'uomo uncino, per una tremenda ferita alla mano. «Prima di essere arrestato - ha raccontato - avevo subito un'operazione chirurgica alla mano. Ma quando sono entrato in prigione, gli americani hanno usato questa ferita come strumento di pressione. Mi dicevano: “Se collabori ti possiamo aiutare a far diventare la mano come prima con un intervento chirurgico, invece la mia mano è stata schiacciata».

«Dopo 15 giorni - ha ricordato - mi hanno tolto dalla cella, mi hanno messo una coperta con dei buchi, come se fosse un vestito tradizionale arabo. Mi hanno legato con del filo elettrico e messo su una scatola di cartone. Poi mi hanno detto che mi avrebbero elettrizzato se non avessi collaborato. Per tre giorni mi hanno colpito con scosse elettriche. La persona che mi torturava parlava la lingua araba molto bene. Si è presentato con una musica in sottofondo, “By the rivers of Babylon”, mi diceva che aveva già lavorato a Gaza e che aveva fatto parlare molte persone. Ogni volta che usavano gli elettrodi sentivo gli occhi che fuoriuscivano dalle orbite. Una scossa è stata talmente forte che mi sono morso la lingua e ho cominciato a sanguinare. Sono quasi svenuto. Hanno chiamato un dottore, che ha aperto la mia bocca con gli stivali, ha visto che il sangue non veniva dallo stomaco ma dalla lingua e ha detto “continuate pure”». Al Kaisi ha detto di aver saputo da un ex diplomatico iracheno, Haitham Abu Ghaith, che a condurre i tremendi interrogatori dei prigionieri c'erano anche contractors (mercenari) italiani ingaggiati da ditte americane. Tutte le carceri in Iraq sono sotto il controllo degli americani. Due compagnie private, la "Caci International" e la "Titan Corp" avevano contratti con mercenari di diverse nazionalità, tra questi vi erano anche degli italiani, colpevoli, secondo al Kaisi, di aver commesso le stesse torture compiute dagli americani. Ma al Kaisi non perdona ai nostri connazionali di aver trafugato soldi e reperti archeologici. Durante la detenzione a Abu Ghraib è stato testimone diretto di abusi sessuali su uomini e donne. «Una soldatessa - ha ricordato - ha interrogato un religioso, gli ha chiesto di fare sesso con lei. Lui si è opposto, allora la donna è tornata, indossava un fallo finto e lo ha violentato. abbiamo sentito delle donne portate in prigione che venivano violentate, che strillavano e chiedevano il nostro aiuto, ma l' unica cosa che potevamo fare è gridare : "Dio è grande e vincerà"». Al Kaisi sarebbe dovuto venire in Italia a raccontare la sua storia ma gli è stato negato il visto.

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postato da PravdaRedazione alle ore 15:21
giovedì, 27 aprile 2006

Ultim'ora. Da ANSA.it

 ROMA - E' stata l'esplosione di una granata perforante a provocare oggi a Nassiriya quattro morti - tre militari italiani e un graduato rumeno - e almeno un ferito molto grave. Questi i nomi dei tre militari italiani vittime dell' attentato oggi a Nassiriya: capitano dell' esercito Nicola Ciardelli, effettivo al 185/o Reggimento acquisizione obiettivi di Livorno; maresciallo Capo dei Carabinieri Franco Lattanzio, effettivo al Comando Provinciale Carabinieri di Chieti; maresciallo Capo dei Carabinieri Carlo De Trizio, effettivo al Comando Provinciale di Roma - Nucleo Radiomobile. Il maresciallo Aiutante dei Carabinieri, Enrico Frassanito, effettivo al Comando Provinciale dei Carabinieri di Verona, sta per essere trasferito dall'ospedale da campo italiano di Nassiriya nell'ospedale americano di Ari Fajat, a circa 150 km da Kuwayt City. Le sue condizioni sono gravi. Questa la ricostruzione ufficiale dell'accaduto fatta dallo Stato maggiore della Difesa. "Alle 8:50 ora locale (le 6.50 ora italiana), lungo una strada a sud ovest dell'abitato di An Nasiriyah, una pattuglia del Contingente italiano composta da quattro veicoli protetti del Reggimento carabinieri della MSU (Multinational Specialized Unit) con a bordo un Ufficiale dell' Esercito, 15 militari dell' Arma dei carabinieri ed un graduato della Polizia Militare rumena venivano coinvolti nell' esplosione di un ordigno posto al centro della carreggiata". Dei due militari italiani rimasti gravemente feriti e ricoverati nell'ospedale da campo italiano, uno e' poi morto per le ferite riportate.

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postato da PravdaRedazione alle ore 15:11
giovedì, 27 aprile 2006

Il bulimico regime delle sei reti televisive nazionali

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Si fa la televisione per vendere la pubblicità, non si vende la pubblicità per pagare la televisione. E' la regola aurea del medium commerciale che, in virtù di un modello limpido di business, produce straordinari profitti. In Italia Mediaset ne è un esempio imbattibile, al punto che il recente bilancio ha regalato agli azionisti una cedola superlativa, la più alta degli ultimi anni. La televisione dell'ex presidente del consiglio è una grande industria. Come del resto lo è quella, altrettanto florida, delle italianissime mine antiuomo. Mediaset è la più grande fabbrica di demagogia populista, i suoi palinsesti (telegiornali-megafono e reality) la sparano a cannonate, annullando ogni lume di cittadinanza. Eppure, chi accenna a sollevare qualche dubbio sulla pubblica utilità di questa grande azienda commerciale (quella televisiva), commette un gravissimo peccato di leso pluralismo. Come se dagli schermi Mediaset uscisse ogni giorno il lievito necessario per il progresso del paese, anziché quel misto di propaganda politica e spot mascherati da programmi. La ragione di una reazione tanto strumentale è sotto gli occhi di tutti: si va a sbattere contro una classe dirigente (di destra e di sinistra) legata al piccolo schermo da un cordone ombelicale che nessuno vuole tagliare. Di cui porta una grande responsabilità il lento declino del servizio pubblico. La sua assimilazione al principio che si fa televisione per vendere la pubblicità, lo ha reso così indistinguibile dalla tv commerciale, che il progetto di restituirlo alla dignità di un modello europeo (inglese, spagnolo, francese, tedesco) viene immediatamente piegato a un'idea di ridimensionamento educational, allontanando così l'idea di una sua rifondazione. Il minculpop c'è ora, con il soffocante cappio del controllo partitico che impedisce ogni riforma del mostro a sei teste. Invece di sbloccare il duopolio-monopolio, esso viene perpetuato con nuove leggi (da ultimo la Gasparri ) che puntualmente fotografano l'esistente, rinviando ogni liberalizzazione del settore.  Se Bertinotti interviene sulla necessità di rompere il monopolio privato (senza neppure eccepire sulla utilità della merce), diventa il vendicativo manovratore, l'avanguardia di una ritorsione politica, il tagliatore di posti di lavoro. Parallelamente, di fronte al bisogno di privilegiare il servizio pubblico, si grida al dirigismo sovietico. Come se pubblico e partitico fossero il futuro. E allora si ripiega sulla piccola riforma: togliere una rete alla Rai e una a Mediaset (ipotesi suggerita dal bulimico regime di sei reti nazionali) che diventa l'unica grande riforma possibile. Un escamotage per ridisegnare la lottizzazione allargandone i confini a qualche eclave con il suo territorio già picchettato. Ma anche solo accennare a questa redistribuzione della torta, fa rizzare i capelli in testa al comunista Rizzo. E si capisce, a ogni epoca le sue classi dirigenti. La esiziale commistione tra televisione e politica, che tuttavia, negli anni bernabeiani, configurava una industria culturale fatta dalle élite, via via è degenerata in un'industria senza eccellenza, con una mano d'opera (gli autori) rappresentata da un marketing (commerciale e politico) periferico, residuale.

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