postato da PravdaRedazione alle ore 17:09
venerdì, 25 novembre 2005

Cisco Belotti lascia i Modena City Ramblers.

Ecco il comunicato del gruppo:

mcr_cisco"Dopo quattordici anni di canzoni, palchi, viaggi ed esperienze condivise, per scelte di vita ed esigenze personali, Stefano "Cisco" Bellotti ha deciso di prendere un'altra strada rispetto a quella dei Modena City Ramblers. Dopo un lungo periodo di riflessioni e confronto, in completo accordo, rendiamo pubblica questa decisione.Nulla di ciò che è stato fatto assieme andrà perduto e rappresenta un patrimonio comune.I nostri percorsi futuri rimarranno comunque figli degli stessi ideali, propri di una Grande Famiglia."

Cisco, Robby, Kaba, Franco, Fry, Massimo.

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postato da PravdaRedazione alle ore 16:50
venerdì, 25 novembre 2005

Droga, industria del crimine.

Colpire i trafficanti e non i tossicodipendenti.

 Lotta di massa contro mafia e camorra.

 Desidero che sia assolutamente chiaro che il nostro impegno contro la droga non vuol essere motivo di agitazione strumentale contro il governo e contro altri partiti, non ha secondi fini giacché il nostro scopo in questo campo è solo quello di arginare e sconfiggere la piaga della droga, come male in sé, per liberare i corpi e le menti da questa servitù avvilente, deprimente e distruttiva. E noi comunisti vogliamo dunque continuare ad essere alla testa di questa battaglia di civiltà contro l’imbarbarimento, di questa lotta per la vita e contro la morte. E in questi anni si è abbassata l’età media in cui si comincia a prendere la droga, sta crescendo il numero dei tossicomani ancora adolescenti, che sono i più indifesi e aggrediti dai trafficanti e spacciatori. Si sta formando, ancora nell’inavvertenza dei più, una sorta di società separata e clandestina, fatta per la maggior parte di giovani, dai sempre più labili confini con la delinquenza e con la criminalità organizzata. È dubbio -noi comunisti lo comprendiamo forse meglio degli altri- che il diffondersi del consumo della droga è un portato dell’epoca attuale, uno dei prodotti di un assetto sociale e di un sistema di valori -ma sarebbe meglio dire di disvalori- che creano smarrimenti e alimentano vane fughe dalla realtà e dalla lotta per cambiare la società e il mondo con la consapevolezza e la tenacia che quest’impegno richiede a ciascuno. Il ricorso alla droga, che si reputa essere un’evasione, si rovescia però rapidamente da presunta liberazione in effettiva tirannia e schiavitù. La droga è la risposta ingannevole e funesta cui ricorre talvolta chi vede irrisolti e giudica irrisolvibili i concreti problemi e le reali situazioni che ha davanti a sé, che non sono solo individuali, ma collettive. E, invece, non c’è problema che non abbia soluzione, almeno in parte. Si tratta di cercarla, di trovarla, con l’intelligenza, la solidarietà, l’impegno umano e la lotta di quanti credono o vengono persuasi a credere, appunto, che ogni problema non è irrisolvibile. Per contrastare la diffusione della droga fino a debellarla occorre perciò saper alimentare e riaccendere la fiducia non mitica più, certo, ma razionale, nella possibilità del cambiamento; occorre mantenere viva, cioè, la speranza rivoluzionaria. E in questo compito è chiaro che proprio noi comunisti abbiamo una precisa funzione che risponde alla nostra ragione di essere. Compito tanto più indispensabile oggi, di fronte a una vera e propria crisi della politica, acutamente avvertita da tutti, ma in modo particolare dai giovani che vedono la politica ridotta a intrigo, a puri calcoli, personali o di gruppo, elettorali o di potere, mentre la politica è e dovrebbe essere  -così la concepiamo noi- lotta tra grandi interessi e tra diversi ideali dei rapporti sociali ed umani. Ma, detto questo, bisogna subito aggiungere che sarebbe profondamente sbagliato fermarsi alla considerazione che la droga è un prodotto della società attuale e credere che per debellarla si debba aspettare il cambiamento radicale della società. La droga deve e può essere combattuta, arginata, sconfitta fin da ora. Bisogna che si faccia sempre più strada una precisa consapevolezza: il consumo e poi il bisogno di droga è alimentato, provocato da chi ne organizza e controlla la produzione, il mercato e il traffico; da coloro che, attraverso la rovina e la morte di tanti ragazzi, attraverso la disperazione di tante famiglie costruiscono le basi di un vasto potere finanziario e politico, di un dominio perverso che penetra, agisce, ricatta in aree sempre più estese della società, nei gangli della vita pubblica, non solo in singole regioni (Sicilia, Campania, Calabria), ma sul piano nazionale. Queste organizzazioni hanno un nome: si chiamano mafia, camorra, ‘ndrangheta. Ed esse non sono soltanto associazioni criminali che operano isolate, ma hanno collegamenti, protezioni, omertà in settori dello Stato, delle amministrazioni pubbliche, centrali e locali, e in settori dei partiti governativi. Quella che controlla e dirige il mercato della droga è un’organizzazione ramificata, che utilizza per questi fini criminali tecniche moderne, metodi e suddivisioni di lavoro propri delle grandi società multinazionali. Si va dalla coltivazione del papavero e della coca, all’istallazione clandestina di raffinerie tecnologicamente sofisticate; dal trasporto ai depositi, alla distribuzione, allo smercio capillare, che viene realizzato con le più collaudate tecniche del consumo: dapprima immissione di massicce quantità di droghe leggere a bassi prezzi, poi repentine cadute di questo tipo di offerta e una sua sostituzione con droghe pesanti. Così è avvenuto, così avviene in aree sempre più estese. Come potete vedere la presenza di questa mostruosa industria del crimine, fondata sul traffico della droga, ripropone con urgenza i problemi che riguardano la questione meridionale, la democrazia, l’indipendenza nazionale. Bisogna che torniamo ad essere un paese libero, indipendente e pulito. E quale forza può lottare per questi obiettivi più efficacemente del nostro partito, che è l’unico che può affermare di essere una forza libera, indipendente da ogni vincolo con Stati, governi e partiti stranieri? Ma questi obiettivi generali debbono essere conseguiti anche con una lotta concreta e specifica sui vari terreni, uno dei quali è proprio quello rivolto a stroncare il mercato droga. La droga non è una malattia, anche se poi lo diventa, anche se provoca malattie e malattie sempre più mortali. L’intervento deve essere globale, offrire occasioni di reinserimento nella società, attuare la solidarietà, non creare dei ghetti. L’Italia, che è stato finora il paese dove la lotta al terrorismo ha assunto un carattere di massa, è il paese che dà anche alla lotta contro la droga il carattere di una grande battaglia di popolo. Ciò fa onore al popolo italiano. E in quest’ impronta popolare e di massa, che è stata così decisiva per isolare e colpire duramente i disegni e l’azione delle bande terroristiche, sarà certamente determinante per colpire i mercanti della droga e per aiutare i giovani a rifiutarla o a liberarsene.   PunkA

 

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categoria : politiche proibizioniste

postato da PravdaRedazione alle ore 16:46
venerdì, 25 novembre 2005

La mafia uccide, il silenzio pure.

Peppino Impastato, il compagno del PCI prima, di Democrazia Proletaria poi, per dieci anni ha combattuto contro un qualcosa più grande di lui, la mafia, pur avendola in casa; suo padre, infatti, era “amico” di molti boss tra i quali Gaetano Badalamenti, famoso per le importazioni di eroina. Peppino attraverso la radio che gestiva con i suoi compagni, “Radioaut”, denunciava con ironia e determinazione, il malaffare, i torbidi legami tra politica e mafia, i traffici illeciti, le speculazioni edilizie. Il 9 Maggio del 1978, all’età di 30 anni, la mafia ha fatto saltare in aria sui binari della ferrovia Peppino, il giovane speaker scomodo, il ragazzo che parlava troppo, che aveva fin troppo coraggio per definire tutto il sistema “una montagna di merda”. Peppino è riuscito a trasmettere a suo fratello e sua madre Felicia Impastato, la voglia di non fermarsi mai, di lottare , è riuscito a superare l’omertà della propria famiglia, la quale tutt’oggi, attraverso stretti e validi collaboratori, continua a ricordare a tutta l’Italia che è possibile non tacere, che al contrario è necessario parlare, documentarsi e portare avanti le proprie idee. Oggi molte persone da tutta Italia dopo aver visto il film “I Cento Passi” si recano a Cinisi per visitare la casa di Peppino e di Feliciotta; l’intento è quello di trasformare la casa in un vero e proprio centro antimafia, dove tutte le persone possano approfondire l’argomento e partecipare attivamente ai vari movimenti, tutto questo perché la dura lotta di Peppino non è esplosa sul binario della ferrovia, anzi.. continua sempre più forte e determinata.” Personaggi come Placido Rizzotto, ucciso nel 1948 per essere stato un uomo contro, Pio La Torre , Segretario Regionale del Partito Comunista ucciso nel 1982 per aver presentato la legge della confisca dei beni mafiosi, Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso pochi mesi dopo Pio La Torre , i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino morti entrambi nel 1992 , Don Puglisi ammazzato nel centro del suo paese per aver tolto dalla strada numerosi ragazzini che sarebbero diventati poi perfetti “picciotti”, sono un “pugno di uomini”, per parafrasare Marco Travaglio nel suo “Intoccabili”,che, in grande solitudine, hanno contribuito alla lotta contro l’illegalità, conto i crimini mafiosi. I vari centri Antimafia, fanno si’ che le loro morti non siano state vane. Il punto più difficile da superare rimane quello di dare una scossa alla sostanziale indifferenza delle persone comuni e all’omertà di cui godono queste reti criminali e che abbandonano nella solitudine chi lotta. Certo sarà difficile rompere il silenzio finchè ministri in carica della Repubblica Italiana commenteranno senza vergogna: “Dobbiamo imparare a convivere con la mafia, ad accettarla, a voltarci dall’altra parte…ricordatevi di sciacquare ogni mattina la vostra memoria in un bicchiere con la candeggina”. Parole stomachevoli, che fanno venire il sangue agli occhi. La mafia può essere ridimensionata pian piano attraverso le parole, l’interessamento e soprattutto il coraggio di denunciare ogni forma di azione del sistema criminale .

 

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categoria : antimafia

postato da PravdaRedazione alle ore 19:55
giovedì, 10 novembre 2005

Droga, il fallimento delle politiche proibizioniste

 Questa società capitalistica ha portato degrado e corruzione morale della classe borghese. Sono tanti gli artisti e gli imprenditori milionari che hanno una doppia vita; dietro la maschera autorevole e impeccabile si nascondo mille debolezze, prima fra tutte la dipendenza da sostanze. A intervalli sistematici e ritmati queste debolezze emergono, diventano notizia pubblica e i mezzi di informazione si presentano sempre particolarmente comprensivi nei loro confronti;mentre ci si dimentica che in Italia le carceri sono stracolme di tossicodipendenti bisognosi di cure. Per questi invisibili emarginati della società, nessuna clinica di disintossicazione (riservata a pochi eletti) ma soltanto celle sovraffollate e metadone. Nel nostro paese la politica che educa alla prevenzione dell’uso degli stupefacenti è stata sostituita con una campagna proibizionista dura e arrogante;  Il consumo di stupefacenti viene considerato reato penale e per di più le sostanze leggere (i derivanti della canapa) vengono messe sullo stesso piano di quelle pesanti come l’eroina, le pasticche e la cocaina. E’ assurdo pensare che siano la stessa cosa!; sappiamo tutti che le politiche proibizioniste  hanno sempre fallito su tutti i fronti, anche su quello repressivo. Servirebbe piuttosto una seria campagna di informazione e di prevenzione, di depenalizzazione del consumo individuale e di legalizzazione delle droghe leggere. La stretta repressiva, dura, andrebbe fatta invece sul grande spaccio e sulla malavita che lo gestisce. Oggi non si è in grado di capire il perché questo malessere sociale si espanda a dismisura. Per molti una sostanza rappresenta il rifiuto, la ribellione, la protesta per la mancanza di modelli culturali che non siano quelli individualisti e consumistici o per l’insicurezza tipica di un periodo dominato dalla precarietà; ecco perché bisogna educare alla prevenzione e non punire l’uso di sostanze. Se poi pensiamo che l’uso di narcotici trasmette all’individuo una sorta di appagamento fittizio e irreale prendiamo coscienza che questa non è altro che una strategia per dividere e indebolire noi giovani rivoluzionari, è una sorta di liberazione individuale e silenziosa e a noi il silenzio non piace e nessuno deve metterci a tacere!

 

 

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categoria : politiche proibizioniste